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Recensione dagli archivi del Foyer della Danza di Varese:

TRAVIATA
 Settembre 1953

La Prima della Traviata

 
La sera del 6 marzo 1853, la fortuna non sorrise a Giuseppe Verdi: il pubblico della Fenice di Venezia, quel medesimo pubblico che aveva emesso sentenza di ammirata approvazione per l'Ernani e per l'Attila, e tributato onori addirittura trionfali al Rigoletto, accolse in tutt'altra guisa la nuovissima opera del maestro, che di due anni appena seguiva il Rigoletto, vale a dire la Traviata.
Fu una sera infausta, come tutti sanno: al suo primo apparire La Traviata cadde, così come erano caduti il Barbiere di Siviglia e la Norma: e non si tardò a contraddistiguere quella prima con una breve ed espressiva parola, dall'ingrato sapore per gli autori di teatro: fiasco.traviata

Ad usare il vocabolo nei riguardi della Traviata è Verdi stesso ad autorizzarci: fu proprio Verdi ad usarlo vergando, a poche ore di distanza dalla rappresentazione, le due note lettere all'affezionato allievo Muzio e all'editore Ricordi: La Traviata, ieri sera, fiasco...
E due giorni più tardi, un' altra lettera, indirizzata all'amico Luccardi, ribadisce ancora e ricalca la brutta parola: fiasco. Da allora, sulla scorta dell'autorità dell'autore medesimo, non v'è critico o studioso o articolista che, ricordando la burrascosa rappresentazione del 6 marzo 1853, non ricorra all'infamato vocabolo e Carlo Gatti, a citare uno fra i più autorevoli ed esegeti di Verdi, scrive che la prima della Traviata fa epoca nella storia dei fiaschi colossali..
Non mancarono le diagnosi dell'insuccesso; e fu ancora lo stesso Verdi, nelle accennate lettere, ad indagare serenamente e a colpire nel segno, pur rimettendosi con modestia al giudizio del tempo e non escludendo l'eventualità di una colpa intrinseca alla sua musica.
Il tempo giudicherà...; ma il tempo non tardò a riconoscere che la colpa stava proprio nei cantanti, così come l'autore aveva indicato al Muzio e al Ricordi.
Si vollero anche avanzare altre cause concomitanti: e l'essersi presentati gli artisti sulla scena indossando non già costumi storici, ma audacia inaudita per il 1853, i comuni abiti della vita quot idiana; l'arditezza dell'argomento dal punto di vista della morale corrente; e ancora l'eccessiva floridezza della protagonista, poco veridicamente destinata a spegnersi di mal sottile entro poche ore.
Oggi, a cent'anni testè suonati da quella storica prima, è legittimo prospettarsi una domanda: fu veramente un fiasco nel significato odierno e totale della parola la nascita della Traviata?
Nel volgere di un secolo le cronache della musica hanno registrato una messe copiosissima e pittoresca di fischi, di cadute verticali, di drastiche condanne a morte, vuoi revocate presto o tardi in sede di appello, vuoi definitive e rigorose.
Ora, può la prima rappresentazione della Traviata essere affiancata a qualcuno di questi fiaschi: a quello parigino, ad esempio registrato dal Tannhaues nel 1861, o a quello pure parigino del Sacre du Printemps di Strawinsky e nel più vicino 1913?
O a qualcuno degli ancor più recenti e meno illustri fiaschi onde ciascuno di noi è stato diretto testimone?

Poi che di biografia in biografia, di saggio in saggio, di articolo in articolo, questa espressione di fiasco della Traviata si ripete immancabilmente con il peso di un'assioma, con la risonanza di un proverbio, convien rintracciare per dar risposta al quesito, le dirette testimonianze di quella prima, convien compiere un'accurata indagine attraverso la stampa veneziana del tempo, leggere le cronache leggere le cronache dell'infausta serata, così da stabilire, in quanto possibile, il grado, l'intensità, la virulenza dell'insuccesso, da rafforzarlo con i fiaschi dei quali esistono circostanziate, irrefutabili testimonianze scritte e verbali, oppure personali e diretti ricordi.
Purtroppo,la prima rappresentazione della Traviata, cadde in un periodo delicato, difficile della vita veneziana. Sugli entusiasmi del '48, la capitolazione dell'anno successivo, ha gettato un'amara doccia, insinuando negli animi, una rassegnata apatia ed un agostico attendismo.
Dieci anni dopo, la nuova delusione del Trattato di Villafranca avrà conseguenze ancor più sensibili sulla vita artistica veneziana, in quanto la presidenza della Fenice decreterà la chiusura del teatro in segno di protesta finchè permanga la dominazione straniera; e manterrà il suo proposito, ad onta delle del governatore austriaco.
Solo nel 1966, a liberazione avvenuta, la Fenice riaprirà i suoi battenti. Ora, nel decennio fra la capitolazione e la guerra del '59 la vita musicale non è spenta a Venezia - lo provano, tra l'altro le due prime del Rigoletto e della Traviata - ma è attutita la risonanza di quegli eventi, è abbassato il tono dell'attività culturale, è ridotta pressochè a zero la pubblicistica, che aveva in Venezia uno dei suoi centri più attivi.
I numerosi periodici letterari e artistici che vedevano la luce prima del '48 e in maggior copia durante l'illusorio periodo rivoluzionario, e che di nuovo si pubblicheranno dopo il '66 tacciono durante il decennio.
Due solinghe eccezioni, i periodici Il Caffè e I Fiori, vedono la luce, per nostra disdetta solo a qualche tempo dalla rappresentazione della Traviata, non recando di conseguenza alcuna cronaca dell'avvenimento ormai superato.
Mancata la possibilità di un esame comparativo delle cronache del tempo, non resta all'indagatore se non una sola fonte, quella vecchia Gazzetta, del giornale creato da Gaspare Gozzi, vissuto per oltre due secoli, e lasciato inopinatamente morire dalla miopia degli industriali veneziani del 1940.
La Gazzetta Ufficiale di Venezia - tale la sua testata nel '53, adorna dell'aquila bicipite di prammatica - se costituisce la sola fonte cui possiamo attingere, reca d'altronde due articoli così equilibrati, auvallati dal nome del loro autore, Tommaso Locatelli, da fornire elementi preziosi alla nostra indagine.
Con una tempestività, tutta moderna, già all'indomani della prima rappresentazione, nel giornale del 7 marzo, la Gazzetta dà conto della rappresentazione della sua appendice, pubblicata in basso nella prima pagina, alla moda del feuilleton francese: un'appendice che alle cronache artistiche alterna la pubblicazione a puntate di un romanzo di successo, il cui titolo, con poco rispetto per la grammatica, campeggia nel quotidiano veneziano come la Capanna dello zio Tom.
Il Locatelli esordisce rifacendosi alla Dame aux Camilias che proprio in quei giorni si rappresenta a Venezia, e si intrattiene benevolmente sulla riduzione a libretto fattane dal Piave: il dramma - egli scrive - è un pò raffazzonato alla foggia delle opere, e trasferito ai tempi del grande Luigi per cavarne un pò di grandezza e di lustro nelle decorazioni... Il Piave ebbe il talento di trarre il sugo, il midollo, di stillare l'estratto, se non lo spirito, di quel grande composto, pur mantenendo tutte le più belle situazioni della favola...
Quanto alla musica del primo atto, il giudizio del Locatelli è oltremodo favorevole "c'è della bellezza antica, quella che usava e piaceva a tempi della buona anima di Rossini, e risulta non da sottigliezze di dotto ragionamento, ma dalla originalità del pensiero, dalla soavità e vivezza del canto, che ti tocca le fibre e ti fa muovere d'in sullo scanno...


E circa la protagonista, la Salvini - Donatelli il nostro autore non risparmia gli elogi, aggiungendo: "ella rapì il teatro che, alla lettera la subissò di applausi. Quest'atto ottenne il maggior trionfo al maestro; si cominciò a chiamarlo, prima ancora che si alzasse la tela, per la soavissima melodia di violini che preludia allo spartito; poi al brindisi, poi al duetto, poi non so quante volte, e solo con la donna, alla fine dell'atto.."
Alla questo punto, la critica del Locatelli si arresta: constatato che nel secondo atto muta fronte, ahimè la fortuna e che un maestro ha un bell'inventare, se non ha chi sappia o possa eseguire ciò che egli crea, constatato che i cantanti, ad eccezione della lodatissima Salvini - Donatelli, non erano in piena sanità o sicurezza di gola, il recensore, dimostrando un'onesta esemplare - che molti colleghi nel 1952 potrebbero prendere a modello - conclude dicendo di attendere che l'opera sia meglio cantata, prima di scriverne compiutamente così da non mettere il piede in fallo.
Ma prima di deporre la penna, ci fornisce un'altra indicazione: al delizioso preludio dell'atto terzo, l'orchestra di meritò che si levasse un grido universale di bravi con una tal fusione e accordo di suono l'eseguirono i violini che mossi pareano da un solo archetto.
Di conseguenza, stando alle attestazioni del Locatelli, se le cose andarono male dal secondo atto in poi, il primo fu accolto con grandi onori, segnando il maggior trionfo di Verdi costretto a presentarsi alla fine del preludio e due volte a scena aperta e numerosissime alla fine.
Possiamo oggi quindi parlare di un fiasco della Traviata sul metro di altri e famosi fiaschi?
E anche se le cose poi volsero al peggio, ecco che il preludio del terzo atto, (quarto, secondo le odierne abitudine) suscita un grido universale di ammirazione. Dunque, l'atmosfera del teatro, sulla soglia della conclusione dell'opera, e dopo la burrasca del secondo tempo, non era quella tipica del fiasco, in cui il pubblico nulla più riconosce od apprezza.
Ed ulteriori attestazioni ci fornisce il Locatelli pochi giorni dopo, il 12 marzo tornando sull'argomento in un'altra puntata della sua appendice sulla Gazzetta: polemizzando con alcuni avversari di Verdi, e rievocando - ciò che gli era concesso dall'età avanzata - la prima della Semiramide di Rossini, pur accolta da un insuccesso, il nostro ripete che per il primo atto il parere favorevole "non fu suo ma del pubblico, che in modo più significativo universo e rumoroso non poteva manifestarsi.


E quel pubblico si lasciò rapire dalle più belle e vivaci melodie che da tempo si udissero...
Stavolta il Locatelli sotto il pungolo della polemica, scioglie il riserbo dell'articolo precedente, e si addentra nella critica degli altri due atti della Traviata, non senza curiose osservazioni.

 



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