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   La nascita dei sipari 1953stampa

Recensione dagli archivi del Foyer della Danza di Varese:
LA NASCITA DEI SIPARI ( prima parte)
Aprile 1953
 

L'uso del sipario rappresenta il bisogno di staccare il luogo dove si svolge la finzione scenica, dall' assemblea degli spettatori: artistica necessità di allontanare il sogno dalla realtà, la vita immaginaria da quella reale.
Ma esso è, pure, un comodino ( si chiama in questo modo) per preparare tranquillamente la scena. L'origine di tale elemento scenico può essere fissata, in linea di massima, quasi come il teatro stesso.
Nel V libro dell'Iliade si legge: "... s'ebbe a calar la tela a mezza recita..." Siamo nel IX secolo a.c . Da queste poche parole è facile desumere come già esistesse allora una scenotecnica fondamentale.

 

Janua coeli o porta inferi, il sipario, "questa parete" misteriosa , cela a noi un segreto. Siamo sulla soglia di un altro mondo: battiamo alle porte del soprannaturale, a quelle di una realtà inibita. Il sipario è il buco della chiave attraverso il quale si vedono i fatti altrui e gli avvenimenti straordinari.

Riconosciuta la rispettabile antichità di questo ausilio scenico, si può desumere futuristica introdotta dai tecnici del medioevo che la abolirono - pensando al medioevo. Molte volte ho eliminato anche io il sipario in spettacoli di teatro chiuso; ma ho dovuto inventare scene che si cambiano da se senza mostrare macchinisti in atto.
Se la scena attica, durante la classica fioritura della tragedia eschilea e della commedia aristofanesca, avesse un sipario, è un punto intorno al quale mancano notizie esplicite.
Dopo l'epoca di Alessandro (323 a.c.) si parla del sipario che, spariva nel Iposchenion. Ma seppure esisteva anteriormente, esso non aveva importanza, se non come elemento sussidiario della scena e, quindi la fantasia e il gusto dell'artista non si attardavano sulla sua decorazione.


Consisteva esso, verosimilmente, in un semplice telone, bianco o colorato, di stoffa rude.
Il sipario di cui parla Omero non doveva essere sostanzialmente differente da quello in uso quattro secoli dopo, all'epoca di Pericle.
L'opera sui costumi dei Greci del Kohner suppone che fosse divisibile nel mezzo,"in maniera che le due metà potessero esser ritirate e nascoste dietro pareti del proscenio."
Ben presto comparvero , come qualifiche del sipario, le parole parapetaspa e aulaia. Quest'ultima parola, tradotta letteralmente, suona " velo"; però la radice aulé si trova in tutti i verbi che si riferiscono al suono o all'azione del suonare.
Si potrebbe dunque supporre un secondo sipario nascondesse i suonatori che accompagnavano i canti del coro, raccolti nell'orchestra che costituiva il fondo della cavea.
I grecisti riconoscono che la parola parapetaspa, mostra nella desinenza un'impronta decisamente iranica.

Evidentemente fu allora che, alla decorazione dei sipari, cominciò a presiedere il gusto artistico.
I greci che con Alessandro poterono ammirare a loro agio lo splendore e la raffinatezza dei tessuti persiani, eredi della vecchia tradizione artigiana degli Assiri e dei Babilonesi, non seppero dare a queste nuove stoffe se non un appellativo straniero, una parola persiana superficialmente grecizzata: parapetaspa la sua desinenza è pahtacpa: "nascondiglio" "alcova".
Nei teatri romani si comincia a parlare chiaramente di aulaea e di velari, fin dal tempo in cui Attalo III re di Pergamo fece il popolo romano erede dei suoi stati (133 a.c.)

 



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