Danza e Opere nel 900
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STAGIONE TEATRALE VICENZA
Recensione dagli archivi del Foyer della Danza di Varese:
VICENZA:Cronache stagione teatrale novembre 1953
Non le antiche tragedie avvolte di classica austerità, ma uno spettacolo originalissimo ha ospitato quest'anno sulla sua meravigliosa scena fissa il Teatro Olimpico di Vicenza.
Poteva apparire stridente il contrasto fra un gioiello della gaia lirica settecentesca quale La Serva Padrona e l'audace sintesi scenica di un crudo atto di Berthold Brecht, musicato da Kurt Weill e invece l'armoniosa cornice palladiana ha conciliato senza urti i diversi toni e il profondo divario dei due lavori, offrendo all'eletto uditorio, che per tre volte ha affollato l'incomparabile anfiteatro, un'emozione artistica e di rara suggestione.
L'interesse massimo era naturalmente rivolto alla novità moderna: Quello che dice di si l'opera scolastica in due atti Der Jasager che per la prima volta si rappresentava in Italia, nella versione ritmica e con l'intelligente regia di Luigi Rognoni.
Compiuto nel 30 come terzo frutto della feconda collaborazione tra Kurt Weill - acclamato, discusso e combattuto eroe della Dreigroschenoper (L'Opera da tre soldi) e il ribelle se non proprio rivoluzionario Berthold Brecht, Der Jasager è stato ispirato al poeta dell'amaro no giapponese Taniko in cui si afferma con fredda spietata lucidità l'uso antico di sacrificare una vita, pur di non contravvenire alle leggi inflessibili della tradizione.
Secondo la trama, un ragazzo segue volontariamente il maestro in un viaggio utile alla scienza per ottenere dai sapienti che vivono al là dai monti il rimedio che solo potrà salvare sua madre inferma.
Ma ad un certo momento, il fanciullo non regge alla fatica e allora, come vuole l'antico, gli altri ragazzi lo gettano in un burrone perchè il cammino non può venire interrotto.
Ed egli si piega, pur che siano i compagni a recare il balsamo alla sua mamma.
Pare che il Brecht abbia successivamente scritto anche un Neinsager, colui che dice di no con un diverso finale in cui il ragazzo rifiuta il sacrificio e dà inizio ad una nuova usanza meno tragica che insegna a pensare diversamente in ogni diversa situazione.
Ma ritornando a Quello che dice di si, Vicenza è stata senza dubbio ammirata per la sua indovinata impostazione scenica per cui la severa immobilità dell'ambiente teatrale si è singolarmente fusa a quella quasi statuaria ell'azione, ridotta come già detto ad una estrema sintesi.
Nello sfondo immoto da principio a fine nella sua grigia massa, il Grande Coro che accompagna e commenta.
Al proscenio pochi personaggi, dai movimenti misuratissimi; uno stipide per indicare la porta e una scaletta per raffigurare l'erta del monte.Tragica ed immanente la fatalità si annuncia fin dalle prime note del Coro, insormontandosi ad essa tutto il clima del breve dramma che sfiora al suo doloroso scioglimento la commozione.
Moderna di fattura, spesso oscillante tra forme liriche tradizionali, e timbri e disarmonie di marca recentissima, la musica di Kurt Weill s'intona suggestivamente all'emozione del testo poetico e lascia nell'animo dell'ascoltatore un eco struggente quando sul desolato epilogo calano implacabili le voci del coro, esaltante la suprema legge dell'ineluttabilità.
L'impressione prodotta dai Jasager è stata profonda anche per merito dell'esecuzione, in ogni dettaglio, affidata principalmente al mirabile complesso orchestrale e corale della Scuola d'Arzignano diretta con pronta sensibile musicalità da Antonio Pelizzari che di tutto lo spettacolo è stato il geniale animatore.
Eccellente l'interpretazione di Marcello Cortis (il Maestro) di Claudia Carbi (la Madre) e del ragazzo Renato Bassi.
Maestro dell'agguerrito Coro Mario Trevisiol. Costumi di Ebe Colciaghi.
Il successo, vivissimo, ha rimeritato tutti dell'ardito tentativo di portare uno squarcio di così aspra modernità nella cornice dell'Olimpico. Il quale ha pure visto scintillare tra le sue colonne l'altro intermezzo della serata: la pergolesiana Serva Padrona, offerta al plauso più convinto del pubblico dall'arte raffinata di Suzanne Danco, dalla colorita bonomia di Carmelo Mauferi e della disinvolta e perfino eccessiva mimica di Carlo Faraboni.
Ed anche qui, Antonio Pelizzari ha confermato le sue doti di musicista, dirigendo con vivida maestria e stilistica eleganza l'Orchestra arzignanese